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I migliori album del 2018

I migliori album del 2018

La Top 5 dei migliori dischi del 2018 secondo skylyro.com

Mentre ormai ci siamo già ben inoltrati nel 2019 – che speriamo ci riservi ancora tante belle sorprese musicali – approfitto della musa ispiratrice per fare un bel bilancio della produzione musicale dell’anno passato, cercando di illustrarvi brevemente la mia Top 5 dei migliori album del 2018. Sicuramente me ne sono persi diversi di dischi anche nel 2018 e spero di far sempre in tempo a recuperare strada facendo, ammesso che ne valga la pena… ma penso che in ogni caso questi 5 album meritino davvero particolare attenzione! L’ordine dalla prima alla quinta posizione non è strettamente vincolante, ma certo Aspettanno ‘o tiempo dell’immenso James Senese è il lavoro che più mi ha colpito! Un altro così in Italia non ce l’abbiamo e secondo me se lo sognano anche oltreoceano…

 

James Senese - Aspettanno 'o Tiempo1. Aspettanno ‘o tiempo – James Senese

Aspettando che il grandissimo Senese insieme ai suoi Napoli Centrale tornino a Roma a maggio, mi godo questo capolavoro: Aspettanno ‘o tiempo, appunto.
Un album essenzialmente dal vivo, con tre bellissimi brani inediti, di cui due registrati in studio, che a mio parere lo consacrano a pieno titolo tra le migliori nuove uscite del 2018!
La voce e soprattutto il sassofono di Senese, che spaziano nei 50 anni di repertorio dell’artista partenopeo, accompagnati dagli arrangiamenti della storica band, ci conducono in un viaggio attraverso le epoche, i decenni, i generi e i continenti, tenendo sempre altissimo il ritmo e senza stancare mai. Dalle sonorità progressive del primo, omonimo album dei Napoli Centrale, al quasi moderno fusion metropolitano dell’inedito “Route 66 (peraltro mancante sul vinile), alle più ritmate e funkeggianti “‘Ngazzate nire” e “‘O sanghe, frutto dei precedenti due album in ordine cronologico, ai ritmi accennatamente caraibici o latino americani dell’altro inedito “Dint ‘o core, fino a “Love Supreme” che richiama la leggenda Coltrane, a cui James Senese si ispira da sempre, ma nella sua assoluta bellezza ha un sapore un po’ disco anni ’70… tutto quadra perfettamente: 50 anni in un album solo.
Merita una menzione particolare il terzo inedito, registrato dal vivo, “Ll’America“, che attraverso la musica ed il testo magistralmente confezionato da Edoardo Bennato proprio per James Senese esalta tutta la forte eredità partenopea di quest’ultimo. Una cultura napoletana profondamente radicata in lui che cede solo al sax di Senese: “ll’America sta ‘cca, sta rint a chistu core, e dint’ a stu sassofon’

Consiglio, a chi volesse approfondire, la bellissima recensione di Aspettanno ‘o tiempo di Francesco Vaccaro su TuttoRock che in poche righe esprime al meglio tutto ciò che racchiude quest’opera, di cui vi ripropongo un estratto:

“‘Aspettanno ‘o tiempo’ è un lavoro potente, emozionale, diretto, come lo è sempre stato il linguaggio costruito da James Senese. Un linguaggio che attraverso sperimentazioni, mescolanze etniche, e avanguardie musicali ha dato voce a chi non ne aveva, e a quei sentimenti che ormai sembrano perduti. E tutto ciò senza mai scendere a compromessi, per cinquant’anni.
Cinquant’anni di musica, cinquant’anni di passioni, cinquant’anni di denunce, cinquant’anni di James Senese.”

 

2. Eat the Elephant – A Perfect Circle

Non faccio fatica a credere che buona parte della fan base degli A Perfect Circle non avesse accolto questo disco con grande favore dopo ben 14 anni di attesa dal suo predecessore: chi si attendeva qualcosa del tipo Thirteenth Step, dato che di fatto è l’ultimo inedito della superband di Howardel e Keenan visto che il successivo Emotive contiene quasi esclusivamente cover, o addirittura chi si aspettava qualcosa tipo Tool certo rimarrà deluso.

A un secondo ascolto, tuttavia, anche a un rocchettaro nell’animo cresciuto a pane e grunge non sfuggono la poesia, le melodie e la cura dei suoni di questo Eat the Elephant, che a mio parere è un gran bel disco! Da molti definito “soft“, riflette probabilmente una naturale ricerca dei due artisti di provare nuove atmosfere, nuovi percorsi stilistici e codici musicali, quasi un po’ British anni ’90, un po’ industrial (“The Doomed“) e un po’ pop anni ’80 al contempo, che si sposano perfettamente per le tematiche scelte e affrontate in questo che è a tutti gli effetti un concept album.

Un album disilluso, che si evince già dal titolo della seconda traccia (“Disillusioned” appunto) e che affronta tematiche quali la società dei consumi, la religione e il clima politico attuale. Per la melodica “So Long and Thanks for All the Fish“, sottolineata dalle bellissime chitarre un po’ alternative anni ’90, gli A Perfect Circle si sono ispirati addirittura alla Guida galattica per gli autostoppisti, mentre altre tracce, magari anche più cupe per testi e atmosfere come la stessa “Eat the Elefant” o “TalkTalk“, mantengono forte questa base melodica che lega e conduce l’ascoltatore attraverso l’intero disco, traccia per traccia. Quest’ultima nella sua evoluzione richiama molto i primi dischi e allo stesso tempo resuscita al mio orecchio David Bowie e le sue sperimentazioni musicali…

 

3. Heaven and Earth – Kamasi Washington

Il sassofonista statunitense che a suon di capolavori acclamatissimi dalla critica musicale è ormai noto ai più e, grazie anche alle sue numerose collaborazioni, non solo agli appassionati di jazz, ne sforna un altro: Heaven and Earth. Un doppio album, quello di Kamasi Washington, pieno di tracce importanti mediamente dagli 8/9 minuti di durata che strizza fortemente l’occhio ai grandi capisaldi Miles Davis (“Connections“)e John Coltrane (“Hub-Tones“, “The Psalmnist“), senza perdere assolutamente di freschezza.

Molti sono i musicisti coinvolti in un’opera che oserei definire orchestrale a tal punto che a tratti sembrerebbe di avere lì, contemporaneamente, l’intera schiera di artisti della Verve (“Fists of Fury“). Molti sono i brani contenuti in Heaven and Earth, che nella versione 4 LP contiene anche un altro disco dal titolo The Choice, e molto prolissi sono i pezzi stessi. Il tutto rimane estremamente godibile, non richiedendo quest’album un ascolto integrale dall’inizio alla fine, perché molto piacevole anche in piccole dosi.

 

4. Natural Rebel – Richard Ashcroft

Un bel disco quello di Ashcroft, che ormai sta ai Verve come Liam Gallagher sta agli Oasis e non è un caso che i due girassero in tour insieme ultimamente… Un artista affermato e apprezzato da un’ampia fetta di pubblico come lo è lui potrebbe dilettarsi con ogni genere di sperimentazioni sonore, spaziando in ogni genere musicale pensabile, ma non Richard Ashcroft, che peraltro sperimentò dei suoni decisamente più pop nel precedente album These People. Questo lavoro, infatti, è un bellissimo album di pop-rock cantautorale come solo lui sa fare: il suo celebre caldo timbro di voce scandisce melodie mai banali che accompagnano parole semplici, ma autentiche e acute.

Natural Rebel si muove tra ballate a trazione acustica come “That’s How Strong” e “A Man In Motion” e canzoni rock alla Stones, come soprattutto “Born To Be Strangers“, che sembra estratta direttamente da Sticky Fingers, e personalmente ci sento anche qualcosa di Lennon (“We All Bleed“), ma è chiaro che la tradizione da cui proviene Ashcroft è quella.

In sintesi, un album molto piacevole all’ascolto che spazia da canzoni dalle atmosfere un po’ moody, alle più allegre melodie di “Surprised by the Joy” e “That’s When I Feel It“.

 

5. Calcutta -Evergreen

Calcutta-EvergreenParliamoci chiaro, i detrattori di questa nuova ondata di giovani cantautori lo-fi non saranno per nulla d’accordo con me, ma il cantante e paroliere di Latina ha sfornato un altro gran bel disco che lo fa entrare di diritto nell’Olimpo di quel Mainstream evocato nel lavoro precedente. E’ un Calcutta più maturo, ma soprattutto c’è una produzione più importante alle spalle dopo il successo del predecessore, che tra le altre conteneva hit come “Frosinone” e “Cosa mi manchi a fare“. Tra i produttori e musicisti di Calcutta, al secolo Edoardo D’Erme, troviamo anche l’ottimo Giorgio Poi, di cui aspettiamo con ansia di ascoltare nuovi pezzi.

Ma torniamo a Calcutta, ci sarà un motivo per cui su Evergreen ci sono alcune delle canzoni preferite di mia figlia? Perché se è vero che, come a tutti i bambini, le piacciono anche Rovazzi, l'”Esercito del selfie” e le hit dell’estate, quello che piace di Evergreen sono le immagini: che sia la tachipirina di “Paracetamolo” o lo Svelto di “Frosinone“, la “stazione di Fondi e fuori il tuo giubbotto“, le unghie rosicate in “Hubner“, la botte che perde negli occhi in “Pesto“, o l’amaca di “Orgasmo“… tutto nel linguaggio creato da Calcutta è fatto di immagini, come una timeline di Instagram. Non è un caso, infatti, che i suoi fan e follower sono principalmente millennials.

Ma questa categorizzazione non gli rende giustizia, perché quelle di Evergreen sono essenzialmente belle canzoni, nient’affatto banali, tant’è vero che da Elisa a Jovanotti e tanti altri fanno la fila per farsi scrivere i testi dal nostro Calcutta autore di…

 

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Calcutta - Frosinone

Top 5 Albums of 2016

Et voilà, time has come again for me to serve you my annual album review (click to see 2015)! Loads of new albums have been released this year: the Red Hot Chili Peppers, who had an excellent come back – let’s say – with the Getaway; Dinosaur Jr.‘s Give a Glimpse of What Yer Not is a great guitar rock album!; Green Day‘s Revolution Radio, which sounds like a classic rock album with punk chords; Weezer‘s self-titled White Album, which sounds like the Blue Album 25 years later, only losing all of its freshness; Ben Harper & The Innocent Criminals with a pretty self-explicatory album “Call It What It Is“, the usual Ben Harper & The Innocent Criminals album; Blink-182 with California, one of those albums I have not listened to, but apparently it has been praised by many; Richard Ashcroft‘s These People, which sounds like Coldplay and sometimes feels like an unsuccessful imitation of Damon Albarn‘s Everyday Robots; Suede with Night Thoughts, no thoughts on this yet; Massive Attack with Ritual Spirit, a 4-track EP that hasn’t caught my attention; Conor Oberst‘s Ruminations, which in my humble opinion does not reach the hights his Bright Eyes project had reached somewhat about a decade ago; The 1975 with I like it when you sleep for… not bad: great, very impressive Peter Gabriel-style sound, though not my kind of cup; Van Morrison extended his already impressive repertoire with Keep Me Singing; Tricky released Skilled Mechanics; Theo Croker published Escape Velocity, an amazing Acid Jazz album; Metallica released Hardwired…to Self-Destruct, which is condensed rock and roll like only these guys and the late Lemmy could produce! Last AND least, the self-proclaimed best band in the world, the Kings of Leon, have released WALLS: except from Waste a Moment, which is a classic KoL song, like we have been used to appreciate on their previous works, not to speak of the Around the World single, which sounds like Cindy Lauper meeting Coldplay at a Puff Daddy pool party, the album itself is not going to integrate my collection. Continue reading “Top 5 Albums of 2016”